Drive Beer: la birra per chi guida

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Non ho i dati di vendita, quindi non mi avventuro in classifiche, ma comunque mi sembra che Drive Beer si sia ritagliata il suo spazio nel mercato della birra.

E’ un caso interessante, perchè permette di sottolineare l’importanza delle scelte di posizionamento. Qui la decisione è relativamente semplice, ma sicuramente chiara: “vendere la birra a chi deve guidare“.

Ok, di birre “light” (questa è la categoria merceologica di appartenenza, ovvero quella delle birre con una gradazione alcolica da 1,2° a 3,5°) ve ne sono diverse, ma questo brand ha avuto la capacità di imporsi nella mente di molti come “la birra giusta per chi non vuole rinunciare a bere, ma non vuole rinunciare nemmeno alla patente“.

La sostanza, è che si può bere fino a 0,66 litri di questa birra senza rischiare la sottrazione dei punti. E’ quindi “semplicemente” una birra con un contenuto di alcol più ridotto (2,5°), ma per chi la compra è “il compromesso ideale“.

Insomma, si è capito che c’era un posizionamento ideale libero (o quasi) e ci si è tuffati. Un concetto va ribadito: creatività nel marketing spesso significa soprattutto saper scovare opportunità sul mercato, da sottoporre, poi, ad analisi preliminari per verificarne l’effettivo appeal.

In chiusura, una riflessione sul posizionamento, in generale: sembrerebbe una scelta sulla carta, diciamo una di quelle “etichette” da appiccicare su un piano di marketing; in realtà, definire il posizionamento significa circoscrivere (nel bene e nel male) il bacino di appeal del dato prodotto/brand.

Qui parliamo di “una birra per chi deve guidare“, ma, se guardassimo alla “sostanza del prodotto”, potrebbe essere appetibile anche per i più giovani, le donne e, in parte, per i salutisti (per uno strappo alla regola una tantum).

In questi casi la strategia di segmentazione è “concentrata“, con un target primario (“quelli che devono guidare”) e dei target secondari (“gli altri”), assolutamente non ignorati, né scoraggiati.

Fulvio x Experyentya