Dubai, la megalopoli del lusso

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Ieri ho sentito l’ennesima notizia “ad effetto” su Dubai, che, più il tempo passa, più mi sembra configurarsi come una “megalopoli del lusso e dell’ostentazione“.

Diciamo un’oasi di ricchezza e di eccessi, all’insegna dell’esaltazione dell’iperreale e dell’esperienzialità “forte” (1).

A cosa alludo? Bene, una delle navi da crociera più grandi al mondo (una nave storica) è stata acquisita proprio da uno dei magnati del posto per farne l’ennesimo albergo “top-class”, anzi, direi, “fuori categoria” e “fuori dal comune”.

Diciamo, innanzitutto, che da un punto di vista squisitamente “tecnico”, i “marketer” di Dubai (nel suo complesso, non è affatto balzano pensare a questa località come ad una vera e propria impresa, con la sua corporate identity) sono estremamente lucidi.

Il posizionamento è chiaro: Dubai vuole essere l’oasi del lusso, del sogno, del “tutto è possibile”. Da questo punto di vista, per chi conoscesse la serie, suggerisco un suggestivo accostamento fra Dubai e l’onirica Fantasilandia

Riportando tutto su un piano teorico, siamo assolutamente sul tema dell’ “economia delle esperienze“, dove è evidente che si vogliano vendere esperienze, “forti”, spettacolari, uniche nel loro genere, collocate sul gradino più alto della piramide di Maslow. E Dubai, ad occhio, si fa pagare proprio per questo, quindi c’è estrema coerenza dal punto di vista manageriale.

Una specificazione necessaria: qui ritorna assolutamente utile la prospettiva del “sistema territoriale” e la sua capacità di creare valore nel complesso per la clientela turistica di riferimento. Quindi, tante singole esperienze ed occasioni di esperienza collegate fra loro in un sistema coerente e ben connesso (sembra), che si basa, evidentemente, anche su una serie di servizi di supporto (es: logistica).

Veniamo alle scelte di targeting: sicuramente una clientela di “high-spender”, ultramilionari, alla ricerca di status symbol; una clientela di “occasionali”, quelli da “una volta nella vita” (es: viaggi di nozze); una clientela business.

Se ci spostiamo su un piano etico e sociologico, sicuramente Dubai è l’emblema di una società iperconsumistica, fortemente attratta da “oasi o cattedrali del consumo” (2). Insomma, Dubai come una sorta di “villaggio del lusso“, dove, però, ogni ipotetico vincolo ambientale o paesaggistico non conta.

Quindi: l’obiettivo è quello di attirare sempre più investimenti e flussi di ricchezza su un territorio che va plasmandosi progressivamente, sulla base di un chiaro “orientamento strategico di fondo” (3).

Ma chi guadagna da tutto questo?

E la popolazione locale e limitrofa?

E… quale sarà il futuro delle città, se da “luoghi” diventano, come in questo caso, dei “non luoghi”? (4).

Vorrei sapere cosa ne pensa, in particolare, il sito amico Janejacobs.

Fulvio for Experyentya

(1) Graillot L. (2004), Une approche du phénomène d’hyperréalité à partir d’études des parcs Disney, Décisions Marketing, n. 34
(2) Ritzer G. (2000), La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell’iperconsumismo, Il Mulino, Bologna
(3) Coda V. (1988), L’orientamento strategico dell’impresa, Utet, Torino
(4) Augè, M. (1993), Non Luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità,  Elèuthera, Milano