Hotel Museo, una trovata stuzzicante…

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Se da un lato i grandi musei come il Guggenheim si dotano di un hotel al loro interno (per valorizzare un business altrimenti in difficoltà e/o per valorizzare un potenziale di “brand” consistente), dall’altro si stanno diffondendo gli hotel che espongono opere d’arte proprio come fanno i musei. Mi riferisco agli “hotel-museo“.

Ne ho visto uno recentemente, molto originale, è l’Alexander Museum Palace Hotel (ex Hotel Alexander), costruito qualche mese fa sul lungomare di Pesaro.

Nel nuovissimo albergo-museo pesarese – nove piani di arte contemporanea -, tutte le stanze e le sale sono firmate da un autore diverso: ben 63 camere firmate da 75 artisti e le parti comuni sono opera di altri 25 artisti, per un totale di 100 pittori e scultori, affermati ed emergenti. Ogni stanza è stata realizzata con cura, proprio come se fosse un’opera d’arte.

L’hotel-museo ospita anche una collezione dei principali protagonisti dell’arte contemporanea (Enzo Cucchi, Giò Pomodoro, Mimmo Paladino, Arnaldo Pomodoro, Nanni  Valentini, ecc) e vuoleessere una “performance permanente”, ovvero un luogo di incontro per artisti e non, dove allestire mostre, organizzare eventi, effettuare compravendita di opere d’arte,  ecc. Ovviamente, non poteva mancare, in tale struttura, la ristorazione d’eccellenza, fatta di piatti e di vini della migliore tradizione pesarese e marchigiana.

I target dell’hotel-museo?

Al momento – mi dicono – sono principalmente i turisti dal reddito medio-alto e le aziende locali (che vogliono offrire un alloggio particolare ai loro clienti).

I prezzi?

Le singole oscillano da 100 a 250 euro e le doppie da 150 a 350 euro. E poi ci sono le promozioni pacchetto camera-cena, come quella del mese di novembre, con menù al tartufo e serata jazz, che parte da 100 euro.

Insomma, ecco un altro esempio intelligente e creativo di innovazione del concept d’offerta degli alberghi, come avevamo già sottolineato in post precedenti, sottolineando anche che si tratta di un rinnovamento assolutamente necessario in un settore che nel tempo si è un po’ appiattito e che, in località come la riviera adriatica, ne ha bisogno più che mai, vista l’abbondante d’offerta (spesso molto standardizzata) e l’accesa competizione tra località turistiche contigue.

Bel caso, quindi, dove, evidentemente, è stato assimilato bene uno dei principali insegnamenti di Pine e Gilmore (1), ovvero che bisogna sempre capire in quale business l’azienda sia o possa essere, organizzando, di conseguenza, la propria offerta. In questo caso il senso è: “dobbiamo produrre esperienze di soggiorno non banali, creando i presupposti per un ampliamento dei bacini di clientela che possono essere attratti e gettando le basi per una riconcettualizzazione del business“.

Dal punto di vista del marketing operativo, è evidente il mix fra il “Think”, che fa appello all’intelletto con l’obiettivo di creare esperienze che stimolino i clienti dal punto di vista cognitivo, ed il “Sense”, poiché vengono stimolati i cinque sensi: la vista delle opere d’arte, l’odore e il gusto e delle prelibatezze gastronomiche locali, l’ascolto delle spiegazioni dello chef o del titolare o della musica, la possibilità di toccare le opere e gli arredi delle camere, ecc (2).

Attenzione, però, non è solo business, perché l’hotel valorizza il lavoro dei giovani artisti (rileggi post artisti emergenti) e consente la diffusione dell’arte e della cultura attraverso nuovi canali (rileggi post sul tema), a vantaggio non solo della clientela dell’hotel, ma di tutti coloro che, passeggiando davanti all’hotel-museum, possono ammirare le opere esposte nella hall e nel ristorante.

La struttura dell’Hotel Alexander Museum rappresenta, inoltre, un bell’esempio di arredo urbano di gusto (si può notare pure se viaggiate in treno nel tratto Pesaro- Fano).

Ma siamo anche di fronte ad un’idea agganciata a nuovi stili di vita, ovvero a nuovi modi di fare e gustare l’arte, la cultura e il cibo, di alloggiare, di fare turismo, di essere. Dunque, come direbbe il prof. Rullani, “disponiamo di una base su cui poter costruire comunità epistemiche o reti con cui dilatare la città del made in Italy, rendendola mobile, leggera, modulare” (3).

Emanuela Conti e Fulvio for Experyentya

(1) Pine B.J., Gilmore J.H. (1999), The Experience Economy. Work is Theatre & Every Business a Stage, Harvard Business School Press, Boston
(2) B. H. Schmitt, 1999, Experiential Marketing, The Free Press, NY
(3) Rullani E., Qualità della vita e made in Italy: il fascino sottile della città reteNova Sole 24 Ore, 18 settembre 2008