Product placement cinematografico: qualche elemento

Quando uno spettatore pensa al cinema in generale, il più delle volte ne considera soltanto l’aspetto artistico e vede il film semplicemente come un’occasione di divertimento e di svago.

Ma anche dietro ad un film, come dietro a qualsiasi altro “prodotto”, si nascondono logiche economiche e di marketing sapientemente architettate.

Nel mio lavoro di tesi specialistica con il prof. Fortezza ho voluto approfondire proprio questi aspetti.

Un fenomeno, in particolare, ha catturato il mio interesse di appassionata di cinema e di marketing: il product placement, una forma pubblicitaria in cui i prodotti o brand sono intenzionalmente posizionati e integrati in contesti narrativi (come film o programmi televisivi) in cambio di un corrispettivo monetario (o di merce) negoziato fra imprese inserzioniste e società di produzione cinematografica.

Le case di produzione cinematografica e le imprese inserzioniste italiane lo hanno scoperto solo da poco (con l’emanazione del “Decreto Urbani” nel 2004), ma già mostrano di aver intuito le potenzialità di questo nuovo strumento di comunicazione.

Così, anche nel nostro Paese, Christian De Sica in “Natale a New York”  richiama lo spot televisivo della Tim che lo vede protagonista, pronunciando in una battuta il celebre “ta-tà ta-tà”; Massimo Boldi, testimonial televisivo per un breve periodo di Vodafone, in “Olè” ne ricorda il claim tormentone “Life is now”; Stefania Rocca  in “Commediasexy” è inquadrata mentre, sorridente, legge il settimanale “Chi” .

Grazie al product placement (uno dei più celebri che possiamo ricordare è quello di Wilson in Cast Away), le case di produzione cinematografica possono contare su un’importante fonte alternativa di finanziamento, garantendo contemporaneamente un maggior realismo alle storie narrate.

L’inserzionista, d’altra parte, può beneficiare dell’apparizione del prodotto nel film, che ne rafforza l’immagine e contribuisce a rinsaldarne la notorietà nella mente del pubblico e può inoltre trarre vantaggio dalla campagna di promozione della pellicola cinematografica, integrando, così, comunicazione tradizionale e product placement.

In più, il product placement, di fatto, è uno strumento pubblicitario non eludibile attraverso lo “zapping; inoltre, si può contare anche sulla possibilità di entrare nel circuito televisivo e nell’home cinemasenza dover affrontare ulteriori costi.

Per non parlare dell’effetto positivo derivante dal fatto che gli spettatori sono portati all’imitazione del comportamento dei propri idoli e perciò possono emularne, ad esempio, lo stile di vita, l’abbigliamento, ecc.

Lo spettatore, dal canto suo, sembra in linea di massima non essere infastidito da questa nuova forma di pubblicità, purché risulti ben integrata nella pellicola. E questo, in effetti, è un po’ il tasto dolente di molti placement realizzati in pellicole italiane, almeno negli anni scorsi.

Alessandra Dell’Ovo for Experyentya (Laureata Magistrale presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Ferrara)