Ogni impresa ha una mission sul mercato: esiste per realizzare un certo percorso, all'insegna di una mission più o meno illuminata.
Oggi, da questo punto di
vista, le imprese hanno uno spettro di opzioni molto più ampio ed articolato
rispetto al passato. Con l’avvento dell’economia delle esperienze,
un’impresa può scegliere di “essere” oltre che un produttore di beni o di
servizi, anche un produttore di esperienze o addirittura di trasformazioni.
In
quest’ottica, l’impresa sceglie ciò che vuole essere e si fa pagare di
conseguenza, in funzione del valore che riesce a generare.
Oggi è una tendenza forte quella di “inscenare esperienze” per i propri target di riferimento, oppure, come dicevo, addirittura di “guidarli” verso un cambiamento (trasformarli), sotto il profilo morale, psicologico, fisico, intellettuale, ecc.
Chiaramente, vi sono settori ed imprese che sono più “predisposti”
a fare questo “salto” nella creazione di valore. Sono quei “prodotti” e quei
business che hanno in sé il cosiddetto “DNA esperienziale”.
Ecco un esempio particolarmente interessante: il calcio. Già, anche in Italia
ci si sta rendendo conto che gestire una società di calcio significa gestire
una vera e propria impresa, che deve soddisfare la propria “clientela”
(interpretandone efficacemente bisogni e desideri, anche quelli nascosti) e
fare utili.
In tutto questo entrano in gioco molti aspetti ed una serie di
considerazioni:
a) è
vero che il tifoso è un cliente naturalmente fedele al ”brand” (scegliere una
squadra da idolatrare è sostanzialmente per molti una “scelta di fede”), ma si
pone un problema, verso quel cliente, di “estrarre” il maggior valore
possibile;
b) non
tutti i tifosi sono uguali, quindi val la pena targettizzare, per capire se è
il caso di approntare politiche differenziate sui vari segmenti;
c) il
calcio è – per chi lo ama – un “momento” di evasione a forte impatto
emozionale, che coinvolge sostanzialmente tutti gli “strati sociali” (dall’operaio
al top-manager), un momento in cui ci si lascia andare e si ritorna spesso
bambini o ci si immagina “campioni per un giorno”;
d) il
calcio (come spettacolo) può essere fruito in vari modi (allo stadio, davanti
alla TV, davanti al computer), ma ciò che rimane invariabile è che ci si vuole
godere un’esperienza memorabile;
e) lo
stadio può rappresentare un luogo altamente spettacolare ed esperienziale ed un
grande centro e collettore di intrattenimento e socialità, dove vivere momenti
(anche diversificati) piacevoli con amici e parenti;
d) il
calcio in Italia è ancora un carrozzone lento e “sporco”, per colpa,
soprattutto, dei vari magnati che fino ad oggi hanno ben pensato di gestire i
club non come delle aziende (peraltro con un importante “ruolo sociale”), bensì
come proprie “creature”, da coccolare come personalissimo passatempo
(perdendoci un sacco di soldi, peraltro).
Le cose, però, stanno lentamente cambiando,
perché si comincia a comprendere che il calcio è inserito fra i business
esperienziali e che va dunque organizzato e promozionato in quest’ottica.
Napoli, Lazio, Juventus e Milan, ad esempio, stanno cercando di seguire il
modello inglese (in particolare del Manchester United), che da questo punto di
vista fa scuola.
Cosa
fare?
Mettersi realmente nella prospettiva della “produzione di esperienze” per
i propri tifosi, capendo che nella maggior parte dei casi si tratta di persone
pacifiche, che esattamente come se andassero al cinema o al bowling o ad un
centro commerciale vogliono:
Ed ecco che i club devono “creare” (o
meglio, promuovere) una cultura dell’esperienza calcistica orientata a valori
sani ed al divertimento rilassato (ancorché con grande trasporto emozionale).
E
bisogna mettersi nella prospettiva del cliente-tifoso (distinto eventualmente
in vari target) e delle “esperienze complessive” che vorrebbe poter vivere,
ricostruendole ad arte, facendo diventare lo stadio un “tempio esperienziale”,
riducendo le distanze fra gli spalti ed il campo, rendendo più “palpabili” i
momenti più “succulenti” delle partite (ma anche dei pre e dei post-partita), pensando
anche al piacevole intrattenimento di chi magari non impazzisce per il “momento
sportivo” in sé (ecco allora stadi completi, con tanto di centro commerciale
e/o centro benessere e simili).
Da
questo punto di vista vi segnalo Genoa Experience. Non a caso si tratta del più
inglese dei nostri club… Non a caso il proprietario è il Preziosi (di “Giochi
Preziosi”); può darsi che la cultura markettara sia entrata più facilmente nel
club, per contaminazione con il core business dell’imprenditore.
Date
un’occhiata al video e magari ditemi la vostra.
Fulvio for Experyentya



Purtroppo non riesco ad aprire il video.
Mi intriga molto l'idea dello stadio completo di tutto, ci aggiungerei anche pizzeria, ristorante,salagiochi e "museo" dela squadra di casa, sarebbe un sogno.
Inanzitutto l'esperienza verrebbe alargata alla famiglia (Madri e figli/e non interessati possono concedersi i propri svaghi mentre il babbo vede la partita)e si avrebbe la possibilità di accontentare tutti e tutte le esigenze:
- si sta insieme (centro commerciale prima della partita e pizza dopo);
- il babbo non perde la partita della sua squadra del cuore godendosela comunque come esperienza extra-famigliare (del resto la famiglia viene prima e sicuramente non solo per obbligo, però ci vuole un po' d'"aria sportiva" senza pensare ad altro) e può fare la sua tappa "rituale" bi-settimanale al "museo";
- madre ed eventuali figli non si annoiano (centro benessere e salagiochi) mentre il babbo non c'è.
Tutto questo senza contare, oltre che le famiglie, i gruppi di amici appassionati e magari con un piccolo taglio ai biglietti di tribuna e agevolazioni per gli abbonati...che opportunità, avessi uno stadio mio mi leccherei i baffi...(e me li leccherei anche da tifoso)!!!
Scritto da: Alessio Brunelli | 19/02/2008 a 16:41
Probabilmente ci si arriverà anche da noi. E' l'unico modo per risolvere tanti mali del nostro calcio (e un po' anche della nostra società...)
Scritto da: Fulvio Fortezza | 19/02/2008 a 17:12
sì, è questa la strada... riporto dal sito del corriere dello sport:
LA GARDALAND DEL PALLONE - Un nuovo stadio da 40-50.000 posti a sedere, un centro commerciale, una via di negozi, alcuni alberghi, un museo e una Gardland del pallone, una Calcioland, un parco dove i più grandi esperti del settore possano sbizzarrirsi con la fantasia. La famiglia Della Valle ha pensato forse al più ambizioso dei progetti calcistici mai realizzati in Italia. Si tratta di una "cittadella dello sport", con un parco divertimenti dedicato interamente al gioco del calcio, che occuperà un’area da 70-90 ettari e richiederà circa 3 anni di lavori. La prima componente sarà lo stadio, poi tutto il resto... "Puntiamo a centinaia di migliaia di visitatori", ha spiegato Diego Della Valle.
Scritto da: Fulvio Fortezza | 24/09/2008 a 15:44
E continuiamo... Sembra che i presidenti delle squadre di calcio si stiano sbizzarrendo.... Però, forse, i tifosi in questo caso esagerano, prestando il fianco (esprimendo aspettative in tal senso) ad un'iniziativa oggettivamente "singolare": http://www.goal.com/It/Articolo.aspx?ContenutoId=902045
Mi sembra davvero troppo e forse di cattivo gusto. In termini di marketing, ciò che è certo è che i team vanno acquisendo un "potere di marca" (in termini di identificazione della "clientela") davvero consistente.
Scritto da: Fulvio Fortezza | 17/11/2008 a 12:03