La pirateria? Si combatte con il prodotto!

L’altro giorno in macchina riflettevo sul fatto che forse una delle migliori mosse contro la pirateria musicale è fare buona musica.

Ok, ho scoperto l’acqua calda, ma fino ad un certo punto.

Ok, piratare musica è sbagliato, così come fotocopiare i libri, siamo d’accordo. C’è gente che lavora ed è giusto che tragga la soddisfazione che merita dal proprio ingegno, dal proprio talento, dalla propria creatività, ma qual è il modo migliore per farlo?


Forse combattere Emule e taroccamenti vari non è la misura migliore; sono quasi certo che in questo modo il problema non verrà mai risolto, perchè si troverebbe sempre un modo per aggirare l’ostacolo.

Ragioniamo sul fatto che siamo nell’epoca della “fluidità“, della condivisionedell’accesso: che senso ha barrierare? Che senso ha fare le barricate?

Io credo che bisogna cambiare in modo radicale il modo di ragionare.

Focalizziamoci sul musicale, dove già con i post su Provvidenti e su Tao abbiamo accennato a possibili vie laterali per la valorizzazione degli artisti (emergenti).

Abbiamo visto che nel suo complesso è un settore pesante, dove le  Major dettano tempi e regole e dove spesso si scade pesantemente nel commerciale.

A prescindere dalle (necessarie) digressioni sul reale contenuto artistico di molte produzioni e dei relativi riflessi sul marketing, a mio avviso fare buona musica, quindi curare il prodotto, può essere una mossa semplice quanto efficace.

Ragionateci: un tempo si fatevano cassette o dischi con 1-2 canzoni di richiamo, poi 7-8 pezzi di completamento, spesso davvero buttati lì, tanto per “riempire lo spazio”. Finchè non c’è rischio di copia e diffusione (sharing) dei brani, questo è un problema relativamente poco rilevante, ma quando l’evoluzione delle tecnologie apre questi spazi sono dolori e nessuno lo dice.

Cosa fare allora?

Io la metto in questi termini:

1) facciamo cd accattivanti, con canzoni che sappiano essere tutte da “top list”. La logica è semplice: come nel caso dei libri belli (quelli che ti appassionano dall’inizio alla fine), il piacere di avere il “pezzo originale”, da “assaporare” a proprio piacimento, ha un valore che le copie, per quanto bene fatte, non potranno mai avere;

2) curiamo meglio l’estetica dei cdvalorizziamo l’interno, perchè un cd può essere anche bello da esporre e da vedere e perchè i leaflettini interni possono spiegare un sacco di cose, possono evocare, possono consentire di immergersi nel mood dell’artista. Perchè no, rendiamoli anche più sensoriali;

3) bisogna inserire all’interno di ogni cd dei dati identificativi (user e password) che consentano a chi li compra di accedere sul sito web dell’artista a contenuti esclusivi, non fruibili diversamente, come, ad esempio, immagini e video delle prime prove dei brani contenuti nel cd o anche versioni alternative dello stesso pezzo. Insomma, cose che aggiungano valore e che legittimino ulteriormente il prezzo dei cd, che in questo modo diventerebbero dei “contenitori più ampi“;

4) in parte lo si fa già, ma bisognerebbe stringere di più e meglio il rapporto fra acquisto dei cd e fruizione della musica live.

Insomma, ritorno al prodotto, focalizzazione sulla qualità e sull’appeal emozionale, in modo molto simile al marketing dell’arte (1), anche se è evidente che non tutti se lo possano permettere.

Fulvio for Experyentya

(1) Colbert F. (2009), Marketing delle arti e della cultura, Etas, Milano.