Moda e No-Profit. Alla ricerca della felicità.

Per quanto riguarda il rapporto tra Moda e No Profit, credo che i due mondi possano convergere.

La mia convinzione sta nel fatto che un cambiamento culturale ci sarà, ma oggi è ancora in fase embrionale.

Questo spiega, ad oggi, il comportamento scarsamente etico di alcune imprese. Ma il domani lo vedo diverso. Peraltro, cambiamenti sostanziali sono già in atto.

Raggiunta e superata, infatti, la soglia della sussistenza, soddisfatti i bisogni “primari” e anche quelli “secondari”, ci si accorge che lo sviluppo economico e il vantaggio monetario non generano più soddisfazione.

Ci si accorge che felicità e soddisfazione hanno a che fare di più con la qualità del benessere che con la quantità di ciò che possiedi. Quello che motiva di più le persone, infatti, è il senso di ciò che si fa, il significato e i valori di ciò verso cui si tende.

Questa non è certo una scoperta nuova, perché già Socrate affermava che “il vero sapere porta al giusto agire” e solo l’agire in modo giusto può rendere l’Uomo felice.

Purtroppo, l’Uomo è stato fino ad ora immerso in una contesto pervaso da “materialismo terminale”, tra relazioni sociali incentrate prevalentemente sull’interesse personale, nel bisogno compulsivo di possedere “beni posizionali”, consumare e superlavorare. Oggi molti vivono una profonda crisi morale, ricercando, così, la liberazione da quello stato, con la ricerca di qualcosa che dia veramente senso all’esistenza.

L’Uomo sembra dunque cercare nel consumo un mezzo per dare un significato alla sua vita, uno strumento per legarsi agli altriprivilegiando, così, beni, servizi ed esperienze (pensiamo al turismo responsabile!), che, per il loro valore etico o di legame, incentivano la costruzione di un progetto di crescita sostenibile, che si lega alle dimensioni del bello, del buono, del giusto.

Insomma, parlo di beni, servizi ed esperienze che permettano e facilitino l’interazione sociale, nel rispetto di vincoli ambientali, locali e globali, delle regole, dell’economia sostenibile dal punto sociale e culturale, delle direttive europee e dei principi dell’International Labour Office (ILO) e delle Global Civil Organizations.

Poichè il prodotto moda viene generalmente acquistato per la sua carica simbolica, ovvero per i significati che trasmette, lo stile di vita che rappresenta, il desiderio di cambiamento che ingloba, il No Profit può offrire il sistema di valori che la Moda può fare proprio e inglobare nel suo universo simbolico.

Sta alle imprese incorporare nel prodotto moda le dimensioni del “bello” e “giusto”, che passano per la tutela della qualità e dei diritti, la serietà, l’impegno, la responsabilità (estesa a tutta la filiera). Si parte dalla scelta della materia prima, al rapporto coi terzisti, alle relazioni con la manodopera, alla valorizzazione del territorio, alla tutela dell’ambiente.

Oggi i problemi che la Moda è chiamata ad affrontare sono molteplici. Dai problemi ambientali, derivanti dall’alta quantità di acque scaricate e delle sostanze chimiche in esse presenti per il lavaggio e la lavorazione dei capi, ai problemi connessi all’elevato tasso di rotazione delle merci, ai problemi di gestione etica della supply chain a livello globale, in particolare nei Paesi in via di Sviluppo.

Ci sono tanti modi per avvicinarsi al No Profit. Ad esempio, come fa un’azienda di Rimini, investire una parte dell’utile per far adottare bambini africani ai propri dipendenti, per motivarli e farli sentire responsabili di azioni etiche.

Se Moda e No-Profit convergessero e l’impresa si aprisse al confronto con gli stakeholder, essa arricchirebbe la sua proposizione dei contenuti (positivi) legati alla responsabilità sociale e ambientale, aumenterebbe gli strumenti per fidelizzare i clienti e per acquisirne di nuovi, otterrebbe un maggior senso di appartenenza del personale, migliorerebbe le performance economiche e la sostenibilità del business nel lungo periodo, instaurerebbe durature relazioni “di valore”, migliorando la legittimità e il consenso.

In conclusione: la moda e il no profit convergeranno quando sempre più stilisti, uomini (donne!) di marketing e imprenditori incominceranno ad avere una vision più allargata e una più spiccata  coscienza sociale. I consumatori hanno già iniziato.

Roberta for Experyentya

Fonti:
(1)Luca De Biase – Economia della felicità, www.blog.debiase.com
(2) Bernard Cova, “Marketing, societing ed economia sociale”, Impresa e Stato n° 37-38, www://impresa-stato.mi.camcom.it
(3) Foglio Gabriella, Fashion for Good, 15/07/2005
(4) Florian Edi, “Immagine e Reputazione”www.ediflorian.com, www.bilanciosociale.it