Tutto terribilmente chiaro…

Tempo fa avevo scritto un post sulle fortissime contiguità fra il ciclo politico-economico ed il “marketing del consenso”.

Bene, torno sull’argomento per condividere con voi riflessioni su un tema molto attuale e – per me come per molti altri – da tempo terribilmente chiaro.

Quali sono le logiche di sviluppo economico-produttivo di molti territori del nostro Paese? Quali dinamiche “perverse”, ad esempio, portano a localizzare su baie ed insenature da sogno l’industria pesante? Che cos’è che non funziona?

Partiamo dal solito presupposto di fondo: il mondo è in profondo cambiamento e, con esso, il modo e le fonti per creare valore.

Questo è assodato, ma non deve portare a legittimare una serie di fallimenti che si stanno palesando nella gestione dei territori.

Fabbriche che chiudono, operai in piazza, Sindacati-Politica-Imprenditoria alle prese con un “gioco delle parti” spesso inaccettabile. Qui entrano in gioco due fattori di fondamentale importanza: l’efficacia delle scelte imprenditoriali (ottica micro) e l’efficacia delle scelte della politica, nella fattispecie per dare impulso allo sviluppo dell’economia sul territorio (ottica macro).

Ha senso difendere l’industria pesante nel 2009 in un Paese come il nostro?
Ha senso intestardirsi nel proteggere e prolungare la vita di comparti produttivi oramai morti?
Ha senso illudere e dispensare panacee?

Evidentemente no.

La Politica dovrebbe dare indirizzi sulle traiettorie che lo sviluppo delle attività produttive dovrebbero seguire e dovrebbe creare “condizioni facilitanti” per consentire alle forze imprenditoriali presenti nel proprio “sistema” di liberare il proprio potenziale.

Ok, rischiamo di entrare su un terreno minato e un post non basterebbe di certo per dipanare la matassa, ma voglio concentrarmi su un punto.

Non si può usare la promessa dell’impiego “sicuro” nell’ottica (becera) del consenso fine a sè stesso, senza considerare la possibilità per gli specifici interventi assunti di avere una continuità ed una difendibilità nel tempo.

Quindi: non posso dare incentivi per l’insediamento su un dato territorio di una data attività produttiva (vds. acciaieria), quando questa non è oggettivamente coerente con le potenzialità e la “vocazione” del territorio e quando, analizzando i trend di sviluppo dello scenario economico, produttivo e competitivo, anche in un’ottica internazionale, mi posso ragionevomente rendere conto che quel tipo di business non potrà essere remunerativo e sostenibile per il territorio, appunto considerando con attenzione anche le “esternalità negative” che si possono determinare.

Del resto, la Politica non è abituata e soprattutto non è portata a ragionare secondo logiche proattive, per cui l’attenzione è sul breve, massimo sul medio periodo, perchè “se oggi do incentivi a quella multinazionale estera che può avere interesse ad aprire e mantenere in vita – almeno per qualche tempo – uno stabilimento produttivo in quella data zona, faccio felici i miei elettori, incasso consenso, do un bel contentino ai Sindacati ed alle altre forze sociali in campo, mi faccio eleggere, “salgo di grado” e poi quello che succederà pace, è un problema di chi verrà dopo di me, collega di Partito o meno; questo è veramente poco importante”.

Diceva “qualcuno”, se non mi sbaglio, “così è, se vi pare”…

Fulvio for Experyentya