Biologico, Km zero, cibo sano e la grande confusione del consumatore.

È da tempo che voglio scrivere questo post, perché mi è sempre più chiaro che per il consumatore di oggi “biologico” e “km zero” rappresentino due enormi equivoci.

Più in generale, in tal senso, vi è di certo un problema di asimmetria informativa e di percezione distorta della realtà, che spessissimo le imprese alimentano, per indirizzare a proprio vantaggio le scelte di consumo.

Già… Cominciamo dal biologico.

Innanzitutto, è difficile, se non impossibile, per il singolo consumatore appurare quanto un prodotto che viene venduto come biologico effettivamente lo sia, al di là di etichette e certificazioni.

Del resto, a monte, per il consumatore non è chiarissimo che cosa significhi “prodotto biologico”.

Genericamente, i più associano al biologico i concetti di “più sano” e “più buono”, talvolta anche di “più giusto”, “più responsabile”, “più etico”.

La 1naturale conseguenza di tutto ciò è che qualcuno, fiutato il business, alimenti l’asimmetria traendone enorme vantaggio.

A sua volta il Km zero tende ad essere percepito come “buono per forza” e tendenzialmente anche biologico.

È quello che succede, ad esempio, a coloro che iniziano a prediligere la spesa di frutta e verdura presso il classico baldacchino del contadino, più o meno organizzato.

La sensazione è che così facendo, ci si stia facendo del bene…

In realtà non è detto, perché magari il “contadino dietro casa” chissà quanta robaccia usa per le proprie coltivazioni.

Quindi il valore del Km zero non è necessariamente nella maggiore bontà e salubrità del prodotto, ma nel contributo che si dà alla riduzione dell’inquinamento (meno trasporto di merce, minori emissioni) e nella maggiore marginalità che si lascia ai produttori, spesso strozzati da chi nella filiera fa la parte del leone, in primis la GDO, chiaramente.

E poi c’è il vero piccolo produttore agroalimentare bio, che:  2

  • fa scelte di campo in termini di cura dei processi, nel rispetto, in primis, dei ritmi e dei tempi scanditi dalla natura, ma anche dei suoi equilibri, a partire da quelli ambientali. In quest’ottica, viva i contadini “resistenti”, primi tutori e ambasciatori dei territori, come quelli descritti da questo meraviglioso sito
  • rinuncia ai “volumi a tutti i costi”, preferendo il rapporto diretto con il mercato (anche con scelte distributive creative, innovative), rifiutando le lusinghe di una distribuzione sempre più miope, a dispetto dei proclami e delle campagne pubblicitarie “dal volto umano”
  • ha voglia, testa e cuore per “educare” il consumatore, perché, come dicevamo prima, sa operare come custode del valore della lentezza, della biodiversità e dell’identità territoriale. Segnaliamo, ad esempio, questo bellissimo caso ferrarese

Su un piano simile rispetto a quanto discusso finora e anche con notevoli punti di contatto, troviamo il concetto del “made in Italy” o “100% Italiano“, che in particolare in ambito food è davvero, spesso, una pericolosissima trappola per il consumatore.

Già, perché, alla fine, ci sono sempre dei trick che ci portano pericolosamente fuori strada.

Così, nella nostra testa, se un prodotto è “100% Italiano” diventa automaticamente molto meglio di quello che “100% Italiano” non è.

Certo, è vero che vi sono produzioni agroalimentari dove questa percezione è corretta, fondata. Diciamo che può essere una plausibile ulivi-puglia presunzione (si veda il caso dell’olio), perché in virtù della nostra storia produttiva e delle caratteristiche di determinati territori di origine di determinati prodotti, ci si può effettivamente aspettare, di base, una qualità superiore.

Ma non è sempre così e non è automatico.

Del resto, all’atto pratico, il “giochetto” paga

Così, tanto per fare un esempio altisonante, ecco macitaly arrivare anche McDonald’s con il “100% Italiano“, giusto per “darsi un tono” e convincere anche i più restii.

Sì, peccato che anche un prodotto fatto in Italia o ottenuto con materie prime italiane può essere di scarsa qualità.

Ma, del resto, è qui che emerge l’asimmetria informativa e la corrispondente “necessità” del consumatore di percorrere delle “scorciatoie”.

Questo tema si incrocia anche con le denominazioni di origine e i marchi di tutela territoriale (IGP, DOP, ecc), di cui come Paese siamo ricchi; tendenzialmente sono effettivamente segnali importanti di qualità, ma spesso dietro al marchio si nasconde l’inghippo.

In tal senso, è oramai nota la questione dei pesticidi utilizzati nella produzione del prosecco, che di certo sui mercati internazionali è una delle nostre punte di diamante in ambito agroalimentare. Invasione-di-Prosecco-e-pesticidi-nel-Bellunese_articleimage

E, per esperienza diretta, conosco un Consorzio di tutela di un’altra eccellenza del nostro meraviglioso territorio, che chiede espressamente ai produttori (per lo più piccoli contadini) di usare senza particolare pietà pesticidi e diserbanti, in modo da “ottimizzare la produzione“, facendo sì che sia non solo “tanta” e costante durante l’anno, ma anche “bella da vedere”.

Per il resto ci sono l’IGP stampato a letterone cubitali sulle confezioni del prodotto, il prezzone praticato dalla GDO (che funge da segnale di valore e che non corrisponde, chiaramente, a un lauto guadagno per i piccoli produttori, schiacchiati dai rapporti di filiera) e, infine, come sopra, la necessità del consumatore di prendere delle scorciatoie e di “sentirsi bene con la propria coscienza”.

Chiudiamo con un’altra casistica, ancora più esplicativa. Torniamo anche, in questo modo, sul “biologico – non biologico“.

Parliamo di uova.

uovaGià, perché qui, oramai, per molti il must è “uova che non arrivino da polli allevati nelle gabbie, in batteria”.

Sì, benissimo, peccato che non necessariamente “uova da galline allevate a terra” significhi “uova di qualità superiore e più sane, possibilmente biologiche”.

Anche qui, quello che il consumatore sa o pensa di sapere è spesso troppo poco.

In tutto questo, come diciamo sempre, ogni consumatore è chiamato a recitare un ruolo più attivo e realmente consapevole, evitando le scelte di comodo.

Fulvio x Experyentya

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