La storia di McDonald’s, ovvero quanto conta lo “spirito animale”…

Come avevo promesso sulla pagina Facebook, ecco un post sulla storia di McDonald’s e sul relativo film, uscito da qualche mese in Italia, “The Founder”.

Un bel film, davvero, che svela la reale trama di una storia di vita e di business che lascia a bocca aperta, per molti versi. Incredibili, peraltro, le similarità con il “caso Facebook”.

Della serie: passano i tempi, l’economia si dematerializza, gli schemi saltano, o si ridefiniscono in modo totale, ma certe cose restano… Resta cosa?

Restano i tratti tipici di un approccio al business a stelle e strisce, fatto tutto di “fine che giustifica i mezzi”, di “never give up”, di “manipolazione chirurgica del consumatore (e non solo…)“.

Beh, restando in tema cinematografico, come non ricordare questo:

Sia chiaro, non sono tutti aspetti negativi e condannabili, per carità. La determinazione, la progettualità, la scaltrezza sono aspetti necessari per “fare business”. Poi c’é l’etica e lì le cose si complicano.

Nell’attuale scenario competitivo – dico io, fortunatamente – certe istanze diventano centrali per i consumatori, che, come ci diciamo da sempre, sono sempre più autori del loro destino e che scelgono le aziende con le quali relazionarsi sempre più sulla base di una sorta di “affinità elettiva”. E di aziende “sensibili” iniziano ad esservene, anche se c’é “chi ci è e chi cerca di farci”

Nonostante questo, ci caschiamo lo stesso. Siamo sempre soggetti a vari tipi e gradi di manipolazioni.

Ecco, così, ad esempio, Facebook, che ogni giorno lancia una novità per colpirci, per spostare la nostra attenzione, per incidere sulle nostre condotte. In calo di appeal o meno, a me sembra che il controllo che questo social network riesce ad esercitare su masse di utenti, sempre più trasversali per fasce d’età, sia rilevante. Il tutto condito da una copiosa perdita di libertà e riservatezza che di fatto accettiamo.

Sì, è vero, i più giovani trovano di volta in volta alternative che li stuzzicano di più, ma la sensazione è che Facebook finirà per fagocitare le migliori novità, riacquisendo un controllo pressoché totale delle audience 2.0. Vediamo se lo scenario si realizzerà…

Ma torniamo a McDonald’s, che condivide con Facebook un tratto sostanziale: in entrambi i casi un’idea di prodotto molto potente viene concepita da uno o più tizi e poi valorizzata da altri, con mezzi leciti e illeciti. E qui viene fuori il fiuto per l’opportunità, lo spirito animale, quasi assassino, del “visionario” di turno.

Nel caso di McDonald’s, l’aspetto molto singolare è che questo visionario arriva a cavalcare l’onda della vita a 52 anni, dopo vari tentativi,

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sostanzialmente fallimentari. E in pochi anni costruisce un impero, usurpando l’idea dei due veri fondatori, incapaci di dare forma a un concept vincente, di prodotto e di processo (qualità – servizio veloce – standardizzazione – replicabilità) su scala industriale e planetaria.

Insomma, una roba che t’aspetti possa capitare solo in America, nel bene e nel male. Il classico “sogno americano”, per intenderci.

Della serie: “chiunque ce la può fare, in un modo o nell’altro…” Sarà, ma – la butto lì – forse non è un caso che questo brand a molti Italiani proprio non vada giù… Plausibile.

Fatto sta che i reali fondatori di McDonald’s simpatici lo erano (almeno, così emergono dal film): umani, un pizzico anche goffi, creduloni, spasmodicamente attenti alla qualità. Se vogliamo, degli artigiani certosini, più che degli imprenditori affamati.

Al netto delle considerazioni etiche e personali, il film (che, se non si è capito, consiglio vivamente) mette in evidenza molteplici concetti tuttora caldissimi, tant’é che sarebbe da far vedere con attenzione agli studenti del primo anno di Economia e anche a tutti gli aspiranti startupper:

– si parte sempre – e oggi più che mai – da una unique selling proposition: la gente vuole valore;

– per farlo, bisogna guardare là fuori, capire cosa c’è sul mercato, cosa non c’é, cosa potrebbe essere introdotto e colmare un vuoto, manifesto o latente;

– bisogna accompagnare le idee di prodotto (produrre o vendere la data cosa) con un’idea di infrastruttura complessiva, ovvero bisogna avere una “formula imprenditoriale vincente”, con un potente modello di business, per fare in modo che a fronte del valore prodotto vi possa essere un effettivo corrispettivo per l’impresa. Questo nel film lo si capisce bene, in particolare quando viene fuori il concetto “non possiamo fare i soldi con i panini, perché si fanno con le superfici su cui la nostra formula girerà”;

– le risorse invisibili contano un sacco ed è per questo che un meccanismo apparentemente semplice in realtà spesso non è proprio così replicabile. Tornando al film, si ripensi a quando i primi tentativi di replicare su base proprietaria il McDonald’s “madre” falliscono;

il brand conta, tanto, in alcuni casi sopra tutto. Nel film il brand diventa emblema di potere e primario oggetto del contendere;

le relazioni contano, tanto. Gran parte del successo del “founder” è dovuto proprio alle capacità delle persone che incontra sul proprio cammino, di cui a volte succhia il sangue, mentre da cui, altre volte, si lascia guidare;

– la determinazione di certo conta e paga, soprattutto quando si abbina alla capacità di imparare dagli errori e di fare tesoro di qualsiasi esperienza vissuta e del contatto con chiunque ci si ritrovi sulla propria strada;

– il consumatore è spesso (ancora) manipolabile – ce lo siamo detti – e, spesso, in tal senso, preferisce “non sapere”.

Oggi, però, c’é il web e abbiamo la grande opportunità di informarci (selezionando bene le fonti) e di farci un’opinione più solida su prodotti e brand. E’ credibile l’ipotesi che questo spingerà sempre più le imprese a cercare di instaurare un rapporto più co-evolutivo e meno manipolatorio con il consumatore.

Mah, vediamo… Sullo sfondo ci sono Facebook, Google, Amazon, che per molti versi, però, i fili li muovono, eccome…

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